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Crisi di fede o teologica?

Pubblicato da Jaume Trigné in Spiritualità · 11/9/2014 15:55:43
Tags: Fedeteologiacrisi

Quando ci si addentra nelle cosiddette “crisi di fede” di molte persone si è soliti notare un’evidente divaricazione o discordanza tra l’immagine di Dio, la comprensione delle questioni spirituali e la realtà esistenziale di costoro. Questa mancata correlazione tra il paradigma creduto e il paradigma vissuto è alla base di numerose crisi di fede.

Sono molte le persone che, a causa di una comprensione semplicistica dei postulati della fede o per aver ricevuto una presentazione distorta del vangelo, hanno interiorizzato la convinzione che se credono, tutte le cose andranno bene, non avranno più nessun problema e vivranno perennemente felici. Il vangelo come polizza assicurativa.

Con il passare del tempo scoprono la fallacità di certe argomentazioni perché, così come qualunque altro mortale, si ammalano, perdono il lavoro, il matrimonio entra in crisi o hanno problemi con i figli. Il confronto tra la teoria e la pratica provoca in molti la “crisi di fede”.

Davanti alla cruda realtà della vita, in alcuni ambienti si pretende di conciliare le vie inscrutabili di Dio con i fatti vissuti e sofferti dall’essere umano, considerando come volontà di Dio qualsiasi sproposito di questa vita. Questo porta ad accettare – perché ricevuto da Dio – quanto possa accadere, minimizzando la tragedia implicita di una malattia incurabile, della rovina economica o della disaffezione dei figli. In queste convinzioni riduttive, il credente deve trovare, inoltre, il senso o il piano di Dio nell’esperienza sofferta – nonostante la sua traumaticità – per conciliarla con il fatto che “tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio”.

Ci sono crisi che derivano da una sorta di provincialismo, cioè dall’immagine di un Dio che controlla tutte le faccende di questo mondo e tutte le situazioni personali. Ancora una volta, il trascorrere del tempo e il confronto con la realtà fanno capire che la creazione è autonoma, che è sostenuta da leggi proprie e dalle azioni libere degli uomini.

Le falle tettoniche danno luogo ai terremoti, agli tsunami o ai vulcani con la loro scia di vittime innocenti. I virus provocano malattie, si formano tumori e ci sono infermità incurabili… Il peccato strutturale genera situazioni storiche che reclamano giustizia: i più di 50 milioni di rifugiati nei paesi come Afghanistan, Siria, Somalia, R.D. del Congo…; le oltre 200 ragazze sequestrate in una scuola della Nigeria da un gruppo fondamentalista…; i barconi che attraversano il Mediterraneo con la loro scia di morti…; la lista è interminabile.

Inevitabilmente, davanti a tanto dolore e a tante vittime innocenti, sorge di nuovo il dilemma di Epicuro: “Se Dio vuole sradicare il male e non può non è onnipotente e se può ma non vuole non è buono.” L’apparente mancanza di risposta al dilemma dispone molti ad abbandonare la fede.

Comprendere il concetto dell’autonomia della creazione rende innecessaria la domanda sul perché Dio permetta certe atrocità senza intervenire. Infatti ci permette di capire che le tragedie naturali, le malattie, il progressivo deterioramento, il male morale ecc. sono parte delle leggi e dei processi naturali, della nostra propria contingenza e, spesso, delle nostre decisioni sbagliate prese liberamente. Non è possibile un mondo senza il male, perché la sua radice ultima è fondata nella sua finitudine. Allo stesso modo, la libertà umana non può essere perfetta, perché è fortemente condizionata. Il male non è un problema di Dio, bensì della creazione e della creatura. Come segnala il teologo Andrés Torres Queiruga, l’esperienza mostra che, fino a quando esisterà un mondo in divenire, il male fisico o il male morale è stato, è e sarà inevitabile.

Anche le presentazioni distorte della divinità contribuiscono alle crisi di fede. Ci sono immagini generate da angosce e timori, come quella di un Dio che proibisce e castiga la trasgressione, nelle quali si enfatizza maggiormente l'elemento della giustizia e della sanzione piuttosto che l'amore che ne definiscono l'essenza. Nel corso della storia del cristianesimo, la paura di un inferno eterno, per i peccati commessi, ha inibito la libertà e la gioia di piaceri leciti. Diventa difficile conciliare la doppia predestinazione con la libertà umana, tanto per fare un altro esempio. Sono immagini che contribuiscono a comprendere la fede cristiana come un giogo e un carico pesante invece di favorire l'immagine del giogo dolce e del carico leggero di cui parlava Gesù.

Il superamento delle crisi richiede una fede matura. E' imprescindibile sradicare, fin dove si riesce, le proiezioni e le immagini soggettive di Dio. Non dobbiamo farci un Dio a nostra immagine o secondo i nostri criteri. Dobbiamo accettare che ci troviamo dinnanzi al Mistero e che tutte le immagini che ci facciamo di Dio sono solo approssimazioni. Bisogna lasciare Dio essere Dio.

Bisogna riconoscere l'autonomia della creazione e la nostra responsabilità di migliorare l'attuale stato delle cose sia da un punto di vista ecologico che etico. Bisogna denunciare e lottare contro tutte le espressioni di ingiustizia e di oppressione che ci circondano. E' necessario trasformare le antiquate strutture politiche, sociali e economiche che sono più al servizio del sistema che delle persone; rimanendo sempre coscienti del fatto che, pur essendo tutto ciò indispensabile, non sarà mai sufficiente a far emergere l'uomo nuovo di cui ci parlano gli scritti del Nuovo Testamento. Se non cambiano i cuori, come metafora dei pensieri, dei sentimenti, degli atteggiamenti, delle motivazioni, i cambiamenti strutturali sono insufficienti perché, con il trascorrere del tempo, riprodurranno nuove disfunzioni.

La fede matura richiede una ermeneutica biblica fondata sul metodo storico-critico che sostituisca quello letterale con cui troppi gruppi affrontano lo studio della Bibbia. Quando si pretende che il racconto mitico abbia un valore storico e scientifico, il rischio di una crisi di fede è già implicito per il semplice fatto che, prima o poi, le persone, sempre più preparate, scopriranno la differenza dei due registri. Forse quanto detto richiede anche una reimpostazione dell'equazione potere-formazione; nel nostro caso, la peggiore delle combinazioni è l'esercizio del potere ecclesiale con poca formazione teologica. Non si può più fare appello alla frase "così è scritto" senza nessun ragionamento. C'è bisogno di argomenti.

E' per questo che ci domandiamo se le crisi di fede non siano in definitiva crisi della teologia. Le persone si allontanano da Dio o dagli stereotipi interiorizzati dall'ambiente culturale e religioso in cui sono cresciute? La funzione pedagogica della chiesa, rispetto a una teologia attualizzata, diventa oltremodo urgente.
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(Traduzione dallo spagnolo di Patrizia Tortora)

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