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Quando Dio tace - imparare a vivere nel silenzio di Dio

Pubblicato da Nicolàs Panotto in Teologia · 22/10/2014 12:29:54
Tags: Silenziopreghiera

Il silenzio è vuoto che rende possibile la pienezza.
Ogni pienezza anela al vuoto
per non rimanere saturata da se stessa.
Il silenzio dei sensi, dei desideri, della mente
Il silenzio che ci restituisce lo stato originario dell’essere,
del semplice essere nell’Essere.
(Javier Melloni)

Nella preghiera del Getsemani (Mc. 14:32-36), Gesù manifesta i suoi sentimenti più profondi. Angoscia e tristezza mortale. E’ allora che chiede al Padre (l’Abbà, il “babbo”) di allontanare da lui quella coppa di ineguagliabile sofferenza. In questo avvenimento ci sono due cose da mettere in risalto. Primo, lo stesso figlio di Dio esprime la parte più intima di se stesso ed è trasparente riguardo a ciò che lo affliggeva. Ma, in secondo luogo, quello che chiama l’attenzione, è il silenzio di Dio. Gesù non ha mai ricevuto risposta. Per questo, poco più tardi, griderà dalla croce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?», cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt. 27:46).

Nel testo biblico esistono molti racconti che mostrano, in diverse circostanze e decisioni, il silenzio di Dio. E’ una tendenza generalizzata quella di vincolare l’azione divina con i momenti di sofferenza. E’ in queste circostanze che si chiede l’intervento divino per poter trovare la soluzione al dolore e, come mostrano ormai popolari immagini di film e altre rappresentazioni, si cerca una spiegazione gridando: “perché?”.

Desidero fermarmi su quest’ultima domanda. Perché i “perché” appaiono in momenti di disperazione e di sofferenza? Si tratta forse di un grido di esasperazione? Credo che questo interrogativo rifletta qualcosa di più profondo, che sia parte della nostra finitudine umana: i “perché” derivano dalla mancanza di controllo di una situazione. Riflettono la nostra mancanza di onnipotenza. Spiegare una situazione, la sua origine, le sue caratteristiche, i suoi meccanismi, i suoi obiettivi, ci permette di dominarla. Per questo la mancanza di spiegazione e di conoscenza implicano la perdita del controllo.
Quindi, potremmo comprendere il tema del silenzio di Dio da un’altra prospettiva: esso non si manifesta solo in momenti di sofferenza, ma è qualcosa di costitutivo dell’essere.

Viviamo in un tempo di saturazione: storditi dall’inabbordabile informazione di internet, delle reti sociali e dei portali di notizie; da un’agenda carica di attività e di lavoro; da una moltitudine di aspettative imposte da altri sulle nostre spalle, per raggiungere risultati, status e potere. Il silenzio non trova spazio. Il silenzio è una perdita di tempo. Il silenzio ci distoglie dalla meta che dobbiamo raggiungere, anche se non l’abbiamo mai chiesta né cercata.

Perché tutta questa resistenza al silenzio? Precisamente perché, paradossalmente, molte volte il silenzio stordisce. Quando le voci che saturano dall’esterno tacciono, emerge questo vuoto che ci permette di vedere, di sentire e di ascoltare oltre. Sorgono le voci dal profondo di noi stessi, che manifestano le nostre inquietudini, desideri, domande e dubbi più nascosti. Il silenzio implica creare uno spazio al cambiamento, al movimento. E questa è esattamente una delle cose più tenebrose della vita. E’ meglio continuare storditi che fare spazio all’ignoto.

Il silenzio implica il riconoscere che non sappiamo tutto e perciò non abbiamo il controllo sulle cose che accadono. Niente di più penoso che rendersi conto della nostro finitudine e del fatto che i sentieri, le strade e le opzioni che ci rappresentano – benché piene di parole, forme e spiegazioni – possano essere diverse. Nessun mormorio può eliminare il silenzio necessario a parlare di altro e ascoltare l’ignoto. Il silenzio è parte costitutiva di Dio, il quale non ci spiega tutte le cose. Non possiamo neppure conoscere il divino nella sua pienezza, perché non rende conto di tutto ciò che accade nella storia. Si presenta sempre come paradosso.

Dio è logos (parola), ma perché ci sia logos, prima c’è stato kenosis (svuotamento di Dio – Fil. 2:7).
La kenosis crea nuove rivelazioni. Prima di tutto, in questo incontro paradossale con il divino nella finitudine della storia, ci permette di “dargli parole”, come nell’incontro dei discepoli di Giovanni il Battista con Gesù che gli chiesero: “Sei tu quello che stiamo aspettando?”, al che Gesù risponde: “guardate e raccontate” (Mt. 11:1-6). Gesù avrebbe potuto rispondere direttamente, ma decise di non farlo e di lasciar testimoniare gli stessi discepoli.

Il silenzio permette di conoscere Dio e in questa testimonianza del divino, testimoniamo a noi stessi.
D’altra parte, il silenzio rende possibile conoscere Dio in forme diverse. Questo significa che il silenzio è equivalente al mistero. La dimensione mistagogica del divino, lungi dal renderlo un ente astratto e lontano, apre la porta affinché, da questo silenzio inerente alla pienezza del suo Essere, possiamo conoscerlo nelle forme più inaspettate e colorite.

Come disse magnificamente Madre Teresa: “Non possiamo trovare Dio in mezzo al rumore e all’agitazione. La natura, gli alberi, i fiori e l’erba crescono in silenzio; le stelle, la luna e il sole si muovono in silenzio… E’ necessario il silenzio del cuore per poter ascoltare Dio in ogni cosa, nella porta che si chiude, nella persona che ha bisogno di noi, negli uccelli che cantano, nei fiori, negli animali.”

Dobbiamo imparare a vivere la vita in questo silenzio che fa tacere le voci che stordiscono nel loro spettacolo, per lasciarci condurre dai sussurri dei meravigliosi particolari che ci circondano e che ancora non conosciamo (e che impiegheremo tutta la vita a scoprire). Vivere nel silenzio significa imparare che tutto può essere diverso, che sempre c’è qualcosa di nuovo da sperimentare, da conoscere e da esprimere con diverse voci. Le parole creano limiti. Il silenzio apre lo spazio verso orizzonti sconosciuti.

Vivere nel silenzio significa imparare a essere umili nel riconoscere che non possediamo la piena comprensione delle cose. Per questo, il silenzio è una richiesta di decostruzione di ciò che si presenta come unico, completo e assoluto. Le parole che stordiscono non consentono di vedere oltre. L’umiltà del silenzio ci apre al diverso.

Vivere in silenzio significa imparare a vivere in comunità, perché il silenzio rappresenta lo spazio di disconoscimento che mi permette di avvicinarmi al mio prossimo per scoprirlo e per scoprirmi con lui in questa presenza condivisa.

Vivere in silenzio implica amare noi stessi, quando ascoltiamo quelle voci dal profondo che ci inquietano, ci sfidano e ci impauriscono, sapendo che abbiamo una storia e che poco a poco continuiamo a costruirla, senza sapere bene quello che viene, brancolando e provando, ma sempre andando avanti seguendo quello che i lievi sussurri ci indicano.

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(Traduzione dallo spagnolo di Patrizia Tortora)

Fonti di questo articolo:

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